Articoli

Speciale Piani clima

Seconda parte dello speciale sui Piani per il Clima. Cosa si fa in Italia per combattere il cambiamento climatico a scala urbana? CityFactor vi illustra una nuova strategia per sindaci e comuni per tagliare le emissioni di gas serra della propria città.

In Italia, la riflessione sui Piani Clima è quasi assente nel corpus degli studi accademici di urbanistica e geografia urbana (si vedano testi di Archibugi, 2001; Croci, Melandri, Molteni, 2010). Ma se i libri ne parlano poco, gli amministratori locali ne hanno fatta parecchia di strada. Grazie al ruolo di associazioni come Agenda21, e comuni illuminati come Torino e Genova oggi nel nostro paese si contano oltre 400 Piani per il clima o SEAP approvati dalle giunte comunali.

«In Italia oggi prende sempre più piede il SEAP», spiega Emanuele Burgin, presidente di Agenda21. «I Seap sono i piani per il clima legati alle energie rinnovabili che nascono in seno al patto dei sindaci e si stanno diffondendo velocemente». Ad oggi infatti sul sito del Patto dei sindaci sono registrati ben 4,122 firmatari (di cui 2000 italiani), con circa 295 piani approvati e che potenzialmente potrebbero coinvolgere 165,169,740 abitanti (le cifre sono calcolate al 20 di luglio). Secondo il portavoce di EuMayors l’Italia è uno dei paesi più attivi nella presentazione di Piani di Azione per l’Energia Sostenibile, con ben 310 piani presentati sul sito, di cui numerosi già approvati dall’unione EU.

Quello di Milano – recentemente ri-firmato da Pisapia, in attesa di essere messo in atto – è uno dei più completi e realisti. Tagli del 20% delle emissioni entro il 2020 sulla baseline del 2005, interventi alla mobilità, edilizia ed energie, basato su un’attenta analisi dei costi e benefici per facilitare il suo iter, senza perdere di ambizione.

È stato realizzato dallo IEFE-Bocconi, il centro di ricerca sull’economia dell’energia e dell’ambiente dell’università meneghina, sotto la supervisione di Edoardo Croci, bocconiano e uno dei più grandi esperti del paese. «Il piano di Milano è stato uno dei più ambiziosi : ora bisogna vedere come verrà implementato», commenta.

Secondo Croci esiste però un problema in Italia. «Oltre 2000 comuni hanno firmato il patto dei sindaci, però solo una piccola parte ha realizzato il SEAP. Di questi, solo una minoranza ha visto il piano approvato da Bruxelles e ancora meno stanno rispettando gli impegni. Per quanto concerne i piani SEAP esiste un mercato consulenziale che vende un SEAP base come standard, che non tiene conto delle peculiarità delle realtà urbane, specie per piccoli comuni che non hanno risorse per fare inventario delle risorse».

Manca infatti completamente uno standard su questi piani: sull’inventario delle emissioni, sulla rendicontazione e sulla verifica. La Commissione EU ha recentemente iniziato a mettere alcuni paletti per regolamentare questo strumento urbanistico.

C’è poi la questione dei piccoli comuni, che non hanno gli strumenti per una realizzazione accurata e l’implementazione di queste misure. «In Italia sono oltre 8000 e non sono certo una realtà da sottovalutare», continua Croci. «Serve il supporto di unità amministrative superiori, come Province o Regioni, affinché sviluppino piani cogenti. Il processo però è avviato e nel tempo si evolverà».

Secondo Daniel Lerch, planner ed autore del saggio Post-carbon cities. Pianificare nell’incertezza climatica ed energetica, contattato da CityFactor, produzione di oro nero, emissioni metropolitane ed effetto serra sono intimamente correlati. Ma per prevenire la catastrofe non si deve commettere l’errore di pensare a una soluzione univoca o veloce. «Ogni città ha un contesto specifico», avverte Lerch, ed aggiunge: «ridurre le emissioni è fondamentale, ma bisogna anche tutelare il fabbisogno energetico».

La priorità consiste dunque nel valutare uno scenario ipotetico dove il petrolio superi i 200 dollari a barile entro pochi anni e porsi degli obbiettivi di riduzione emissioni mai più bassi di quelli proposti dalla comunità internazionale (attualmente 20% entro il 2020). «Meglio spendere due anni e costruire un piano solido, che ridurre emissioni qua e là e poi scoprire che pianificare il mutamento delle città è diventato ancora più dispendioso e difficile».